2. Terminologia e definizioni




Traduciamo dalla “voce” del Grove:

La creazione del termine /Etnomusicologia/ è attribuita a Jaap Kunst che lo usò nel sottotitolo del suo libro Musicologica: a Study of the Nature of Ethno-musicology, its Problems, Methods, and Representative Personalities, Amsterdam 1950. Le edizioni successive furono intitolate semplicemente Etnomusicology, col trattino la prima, e senza trattino la seconda. (1) Kunst pensava che questo termine fosse preferibile a “musicologia comparata”, in quanto «la nostra scienza ... non “confronta” nulla di più che ogni altra scienza » (p.7).

Nelle lingue europee, in generale, /etnomusicologia/ ha lo stesso significato della parola tedesca /Musikethnologie/, dell’espressione polacca /etnografia muzvezna/, di quella russa (ed anche bulgara e ucraina) etnografiya muzikal’naya/, a sua volta sinonimo di /muzikal’naya fol’kloristika/. Tuttavia la parola /ethnomusicology/ è stata adottata dagli specialisti in Cecoclovacchia, Italia, Francia, Romania e Olanda nelle rispettive traduzioni. Recentemente gli studiosi russi hanno cominciato ad usare la parola / etnomuzikoznaniye/ per indicare lo studio scientifico della musica tradizionale, mentre l’etnografia musicale corrisponde alla registrazione della musica stessa. L’espressione /vergleichende Musikwissenschaft/ è ancora in uso in Germania ed Austria, ad es. in saggi di Walther Wiora e di Walther Graf degli anni Settanta, che così sottolineano la loro discendenza dai primi lavori di Stumpf e Hornbostel (Berlino) e Lach (Vienna).

Oggetto dell’etnomusicologia è la musica viva (oltre agli strumenti musicali e alla danza) di tradizione orale, che non appartenga alla musica colta urbana europea. I principali oggetti di studio sono: la musica dei popoli privi di scrittura (o musica tribale); la musica tramandata oralmente nelle grandi culture dell’Asia (musica di corte, delle alte gerarchie religiose e di altri strati superiori della società) in Cina, Giappone, Corea, Indonesia, India, Iran e nei paesi di lingua araba, e la musica popolare, che Nettl (1964, p.7) ha proposto di definire come la musica di tradizione orale sviluppatasi in aree dove esiste una cultura “alta”. In altre parole, la musica tradizionale non esiste soltanto in Europa e in America, ma esiste anche accanto (o all’interno) delle musiche delle culture dominanti dell’Asia.
(2) Queste tre categorie sono le principali aree d’interesse dell’etnomusicologo, ma non sono le uniche. Mutamenti o influenze culturali, ad esempio, costituiscono un campo d’interesse attraverso il quale intraprendere uno studio della musica tradizionale o commerciale in tutte le parti del mondo.

Oggi l’etnomusicologia è riconosciuta come disciplina accademica in USA e in Canada, in Francia, e, in minor misura, in Germania, Olanda, Gran Bretagna e altrove. Gli specialisti di questa disciplina provengono da studi musicologici o antropologici, eccezionalmente da entrambi i campi.
(3) La ricerca è condotta in seno ai dipartimenti universitari di musica o di antropologia, nei musei etnografici e in istituti di ricerca presso le accademie nazionali delle scienze, questi ultimi specialmente nei paesi dell’Europa orientale.

Forse perché è una branca della musicologia e dell’antropologia, nessuna definizione di questa disciplina ha ottenuto generale gradimento. Merriam, un esponente degli antropologi, l’ha definita come lo studio della musica in una cultura. In questa prospettiva si raccolgono quanti più dati possibile sui diversi aspetti del comportamento umano, poi si cerca di spiegare perché la musica è quella che è, ed è utilizzata in quel certo modo. Anche la musica stessa è raccolta, trascritta e analizzata, ma l’accento cade sul suo ruolo come comportamento sociale umano. Un rappresentante dei musicologi, George List, definisce l’etnomusicologia come lo studio della musica tradizionale, della musica trasmessa oralmente, non per iscritto, e che è sempre in mutamento. Il lavoro su campo è fatto dal ricercatore e vengono raccolti sia i brani musicali sia i dati provenienti dal contesto, ma non necessariamente la musica è studiata come comportamento umano. Marcel Dubois (1965, p.39) uno dei principali etnomusicologi francesi, ha condensato in un breve passo i principali obiettivi della disciplina:
«L’etnomusicologia è strettamente legata all’etnologia, nonostante i suoi naturali caratteri di specializzazione musicologica. Studia le musiche vive; prende in esame pratiche musicali nei loro più ampi contesti; il suo primo criterio è di indirizzarsi verso fenomeni di tradizione orale. Tenta di collocare i fatti della musica nei loro contesti socio-culturali, nel modo di pensare e di agire e nelle strutture di un gruppo sociale, tenta di determinare le reciproche influenze dell’uno sull’altro; confronta questi fatti fra loro e in diversi gruppi di individui di livello culturale e tecnico analogo o diverso».
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Note


1) Il particolare del trattino non è cosa da poco, anzi ha un importante significato simbolico. Se è vero – come non ci stancheremo di ripetere durante tutto il corso – che questa disciplina ha due facce, si capisce che il trattino segna la distinzione fra esse, e in un certo senso invita a pronunciare la parola con diverso accento: etno-musicologia oppure etno-musicologia. Nel primo caso prevale un approccio musicologico, che si interessa alle strutture e alle forme della musica, nel secondo caso prevale un approccio antropologico che intende la musica come una delle tante manifestazioni della cultura di un gruppo sociale. Da questa seconda direzione si arriva a sostenere una sorta di determinismo ontologico, in base al quale la musica stessa “deriverebbe” dal comportamento umano: «...il suono musicale è il risultato di comportamenti umani la cui forma è determinata dai valori, dagli usi e dalle credenze di un popolo. Il suono musicale non può che essere prodotto da determinati individui per altri individui e sebbene i due gruppi di persone possano essere separati concettualmente, l’uno non si comprende a prescindere dall’altro. Il comportamento umano produce musica ma questo processo va inteso storicamente; il comportamento sta alla base della produzione del suono musicale, cosicché lo studio dell’uno deve sfociare in quello dell’altro» [Merriam 1983, p. 24 , corsivi miei].
Citare un passo isolato da un libro dedicato in larga misura alla discussione di questo problema è operazione in sé scorretta, che si giustifica solo in sede didattica, per la necessità di esemplificare concretamente le diverse posizioni. Avremo occasione di ritornare su questo tema e di argomentare con maggiore ricchezza di dettagli la posizione di Merriam, che comunque non nega le convinzioni espresse nel passo appena citato, proprio perché la sua formazione è quella dell’antropologo, come si evince anche dal titolo del suo libro.
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2) Questa suddivisione degli oggetti di studio dell’etnomusicologia in 3 categorie è piuttosto discutibile. Preferirei suddividere le culture musicali del mondo (che sono il vero oggetto di studio della disciplina) in 10 grandi aree, che cercherò di illustrare prendendo spunto da diversi libri e in particolare da: Wellesz 1975, Nettl 1977, Myers 1993, Zemp 1998.
Le 10 aree sono:
1) l’Africa sahariana e subsahariana;
2) la civiltà islamica;
3) l’India e l’Asia meridionale;
4) l’Himalaya e le steppe mongole;
5) l’Asia orientale;
6) l’Asia del sud-est, continentale e insulare;
7) l’Oceania;
8) le civiltà subpolari e amerindie;
9) le varie aree meticce dell’America;
10) l’Europa, dagli Urali all’oceano Atlantico, dal Mediterraneo al circolo polare.
Benché anche questa suddivisione non sia del tutto soddisfacente e sia stata da più parti criticata, tuttavia ha il pregio della chiarezza e può essere utile per un primo approccio orientativo. Si veda il cap.4 di queste dispense.
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3) Le due facce dell’etnomusicologia derivano fondamentalmente dai due modi che abbiamo a disposizione per pensare la musica: il primo consiste nel pensarla come qualcosa di “speciale” che va indagato al suo “interno” per capire come funziona (ed eventualmente cosa significa), il secondo modo è un approccio “esterno” più interessato ai condizionamenti cui la musica è soggetta e alle sue analogie con altri fenomeni che non al fatto musicale in sé. Questo secondo modo di pensare la musica, a sua volta, può assumere due aspetti: ciò che è “esterno” può essere l’insieme della cultura nella quale la musica stessa si manifesta, oppure può essere il processo storico che ha portato a quella tale cultura e dunque a quella particolare musica. All’inizio del suo libro più famoso l’etnomusicologo Shima Arom simbolizza la dialettica fra la sostanza “interna” della musica e gli aspetti “esterni” ad essa collegati in una figura di cerchi concentrici. Nel cerchio centrale si trova la materia musicale, nel secondo cerchio vi sono i mezzi materiali di cui si serve (strumenti, voci) e quelli concettuali (la lingua, il dialetto, le espressioni idiomatiche particolari); nel terzo cerchio Arom colloca le circostanze in cui un popolo fa musica (cerimonie, riti, danze, lavoro ecc..); in un quarto cerchio egli mostra il panorama simbolico generale del gruppo sociale preso in considerazione: la religione, i miti, la storia tramandata e accettata. La centralità della materia musicale significa che vi è un legame molto stretto fra la musica e “l’altro da sé”, ma significa anche che può essere preso in considerazione uno studio della musica “in sé”, da un punto di vista solo musicologico, senza preoccuparsi di capire se vi siano legami (ed eventualmente di quale tipo) fra la musica e il mondo.
Evidentemente la scelta fra i due possibili approcci, o l’elezione di una delle numerosissime possibilità intermedie, non dipende soltanto da un modo generale di vedere il mondo, da una filosofia della vita o da un semplice punto di vista: per mettere in atto l’una o l’altra direzione di ricerca occorre una preparazione particolare, e quella musicologica è certamente la più “tecnica” e la meno disposta all’improvvisazione.
In realtà più che fare una scelta unidirezionale fra le due opzioni, è opportuno prepararsi e acquisire gli strumenti necessari per procedere a zig-zag, ossia per riuscire a spostarsi con la dovuta abilità da un campo all’altro in modo da riuscire a fare emergere i legami fra il musicale e il culturale, quei legami di cui nessuno può negare l’esistenza, ma che – altrettanto innegabilmente – non sono biunivoci e quindi vanno continuamente verificati e messi a punto nelle diverse fasi della ricerca.
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4) Già alla fine del ‘700 vengono definiti i compiti di due nuove discipline: l’antropologia, come studio dell’uomo «sia fisico che morale» e l’etnologia, come studio dell’uomo nelle forme del sociale. Si tratta della conclusione di un movimento di pensiero che si era sviluppato lungo tutto il secolo accanto alle attività di preparazione dei viaggi alla scoperta di paesi ignoti.
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Ultimo aggiornamento: 31 marzo 1999