1) Il particolare del trattino non è cosa da poco,
anzi ha un importante significato simbolico. Se è vero – come non ci stancheremo
di ripetere durante tutto il corso – che questa disciplina ha due facce, si capisce
che il trattino segna la distinzione fra esse, e in un certo senso invita a pronunciare
la parola con diverso accento: etno-musicologia oppure etno-musicologia.
Nel primo caso prevale un approccio musicologico, che si interessa alle strutture
e alle forme della musica, nel secondo caso prevale un approccio antropologico che
intende la musica come una delle tante manifestazioni della cultura di un gruppo
sociale. Da questa seconda direzione si arriva a sostenere una sorta di determinismo
ontologico, in base al quale la musica stessa “deriverebbe” dal comportamento umano:
«...il suono musicale è il risultato di comportamenti umani la
cui forma è determinata dai valori, dagli usi e dalle credenze di un
popolo. Il suono musicale non può che essere prodotto da determinati individui
per altri individui e sebbene i due gruppi di persone possano essere separati concettualmente,
l’uno non si comprende a prescindere dall’altro. Il comportamento umano produce
musica ma questo processo va inteso storicamente; il comportamento sta alla
base della produzione del suono musicale, cosicché lo studio dell’uno
deve sfociare in quello dell’altro» [Merriam 1983, p. 24 , corsivi miei].
Citare un passo isolato da un libro dedicato in larga misura alla discussione di
questo problema è operazione in sé scorretta, che si giustifica solo
in sede didattica, per la necessità di esemplificare concretamente le diverse
posizioni. Avremo occasione di ritornare su questo tema e di argomentare con maggiore
ricchezza di dettagli la posizione di Merriam, che comunque non nega le convinzioni
espresse nel passo appena citato, proprio perché la sua formazione è
quella dell’antropologo, come si evince anche dal titolo del suo libro.
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2) Questa suddivisione
degli oggetti di studio dell’etnomusicologia in 3 categorie è piuttosto discutibile.
Preferirei suddividere le culture musicali del mondo (che sono il vero oggetto di
studio della disciplina) in 10 grandi aree, che cercherò di illustrare prendendo
spunto da diversi libri e in particolare da: Wellesz 1975, Nettl 1977, Myers 1993,
Zemp 1998.
Le 10 aree sono:
1) l’Africa sahariana e subsahariana;
2) la civiltà islamica;
3) l’India e l’Asia meridionale;
4) l’Himalaya e le steppe mongole;
5) l’Asia orientale;
6) l’Asia del sud-est, continentale e insulare;
7) l’Oceania;
8) le civiltà subpolari e amerindie;
9) le varie aree meticce dell’America;
10) l’Europa, dagli Urali all’oceano Atlantico, dal Mediterraneo al circolo polare.
Benché anche questa suddivisione non sia del tutto soddisfacente e sia stata
da più parti criticata, tuttavia ha il pregio della chiarezza e può
essere utile per un primo approccio orientativo. Si veda il cap.4 di queste dispense.
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3) Le due facce
dell’etnomusicologia derivano fondamentalmente dai due modi che abbiamo a disposizione
per pensare la musica: il primo consiste nel pensarla come qualcosa di “speciale”
che va indagato al suo “interno” per capire come funziona (ed eventualmente cosa
significa), il secondo modo è un approccio “esterno” più interessato
ai condizionamenti cui la musica è soggetta e alle sue analogie con altri
fenomeni che non al fatto musicale in sé. Questo secondo modo di pensare la
musica, a sua volta, può assumere due aspetti: ciò che è “esterno”
può essere l’insieme della cultura nella quale la musica stessa si manifesta,
oppure può essere il processo storico che ha portato a quella tale cultura
e dunque a quella particolare musica. All’inizio del suo libro più famoso
l’etnomusicologo Shima Arom simbolizza la dialettica fra la sostanza “interna” della
musica e gli aspetti “esterni” ad essa collegati in una figura di cerchi concentrici.
Nel cerchio centrale si trova la materia musicale, nel secondo cerchio vi sono i
mezzi materiali di cui si serve (strumenti, voci) e quelli concettuali (la lingua,
il dialetto, le espressioni idiomatiche particolari); nel terzo cerchio Arom colloca
le circostanze in cui un popolo fa musica (cerimonie, riti, danze, lavoro ecc..);
in un quarto cerchio egli mostra il panorama simbolico generale del gruppo sociale
preso in considerazione: la religione, i miti, la storia tramandata e accettata.
La centralità della materia musicale significa che vi è un legame molto
stretto fra la musica e “l’altro da sé”, ma significa anche che può
essere preso in considerazione uno studio della musica “in sé”, da un punto
di vista solo musicologico, senza preoccuparsi di capire se vi siano legami (ed eventualmente
di quale tipo) fra la musica e il mondo.
Evidentemente la scelta fra i due possibili approcci, o l’elezione di una delle numerosissime
possibilità intermedie, non dipende soltanto da un modo generale di vedere
il mondo, da una filosofia della vita o da un semplice punto di vista: per mettere
in atto l’una o l’altra direzione di ricerca occorre una preparazione particolare,
e quella musicologica è certamente la più “tecnica” e la meno disposta
all’improvvisazione.
In realtà più che fare una scelta unidirezionale fra le due opzioni,
è opportuno prepararsi e acquisire gli strumenti necessari per procedere a
zig-zag, ossia per riuscire a spostarsi con la dovuta abilità da un campo
all’altro in modo da riuscire a fare emergere i legami fra il musicale e il
culturale, quei legami di cui nessuno può negare l’esistenza, ma che –
altrettanto innegabilmente – non sono biunivoci e quindi vanno continuamente verificati
e messi a punto nelle diverse fasi della ricerca.
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4) Già alla fine del ‘700 vengono definiti i compiti
di due nuove discipline: l’antropologia, come studio dell’uomo «sia fisico
che morale» e l’etnologia, come studio dell’uomo nelle forme del sociale. Si
tratta della conclusione di un movimento di pensiero che si era sviluppato lungo
tutto il secolo accanto alle attività di preparazione dei viaggi alla scoperta
di paesi ignoti.
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